Parità fra coniugi

Parità fra coniugi

  • Pubblicato il: 14 febbraio 2012

Nella famiglia il rapporto di parità tra i coniugi è un discorso delicato, in quanto investe i legami affettivi tra gli stessi.

Con la riforma del diritto di famiglia, avvenuta nel ’75, la condizione della donna è radicalmente cambiata: è stata abolita la figura del capo famiglia, che rimane solo ai fini anagrafici, e la donna e l’uomo hanno pari diritti e doveri, ma la famiglia resta uno dei luoghi in cui è più difficile far valere i propri diritti.

Si è percorsa molta strada verso la parità tra i coniugi: la residenza è scelta di comune accordo tra gli sposi, entrambi i genitori esercitano la potestà sui figli, entrambi devono provvedere al mantenimento della famiglia. Ma tanto non basta; esistono ancora vistose discriminazioni di cui due sono sicuramente emblematiche: il cognome materno e il lavoro casalingo.

Abbiamo una sentenza abbastanza recente della Corte Costituzionale del 2006, che, pur definendo l’attuale sistema di attribuzione del cognome retaggio di una concezione patriarcale della famiglia e di una tormentata potestà maritale, ha rigettato la possibilità di attribuire il solo cognome materno al figlio, benché, nel caso specifico la richiesta fosse stata formulata da entrambi i coniugi. Quanto al lavoro casalingo, un’interessantissima sentenza del 30 settembre 2010 della Corte di Cassazione non ha riconosciuto un valore specifico al lavoro casalingo svolto da una moglie ai fini della ripetizione della metà del controvalore in danaro di un immobile costruito sul suolo del marito in regime di comunione dei beni.

È evidente che le riforme non sono sufficienti, in quanto i magistrati, al di là delle ovvie considerazioni sulla vetustà di certi istituti, non possono andare oltre il dettato normativo. Sono necessarie nuove leggi, che, rimuovendo ostacoli obsoleti, determinino una parità sostanziale e non solo formale.

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